LETTURA DEL MESE

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Neuroscienze e Management

Autore: Maria Emanuela Salati e Attilio Leoni  (a cura di)

Editore: Guerini Next, 2015, pp.316, € 30,00

Genere: Psicologia del lavoro

Chiave di lettura: Neuroscienze applicate alla teoria del management

Frase chiave: “L’irrazionalità umana è sistematica, quindi si può ovviare agli errori con alcuni accorgimenti, a partire da una migliore conoscenza di sé. Tutto passa attraverso una buona consapevolezza dei propri processi mentali, un’etica rigorosa nei comportamenti e uno spazio necessario, oggigiorno spesso negato, per la riflessione e la concentrazione. Chi prende le decisioni migliori è la persona che sa quando non può fidarsi di se stessa. Ammette l’irrazionalità e la forza delle illusioni come uno dei principi ordinatori, accetta i propri e gli altrui errori, tollera l’incertezza decisionale, ragiona in termini di correlazioni e non di opposizioni, queste sono le nuove metacompetenze dei manager”.


Per anni il paradigma comportamentisa ha dominato la psicologica. La mente era considerata una “scatola nera”. Ciò che era dato conoscere è il comportamento. Il sapere su l’essere umano si fermava lì. Ma con l’evoluzione delle neuroscienze, e delle tecnologie in grado di scandagliare i misteri dei processi mentali, il paradigma cognitivista ha preso il sopravvento. Oggi ciò che sappiamo sul cervello genera nuova luce su quella “dimensione nascosta” che chiamiamo mente da cui hanno origine: pensieri, emozioni, motivazioni, decisioni, azioni. Questa svolta ha influenzato le scienze umane e, di conseguenza, anche le discipline manageriali. Ma finora mancava, almeno in Italia, un testo che facesse il punto su Neuroscienze e Management e fornisse idee per ripensare la leadership e alla gestione del “capitale psicologico” dell’impresa.

Il libro curato da Maria Emanuela Salati e Attilio Leoni colma in parte questo vuoto. Lo fa raccogliendo saggi di autori diversi, alcuni illuminanti, che aiutano a capire come funziona la mente umana al lavoro e sul lavoro. Come le decisioni tendono ad essere soggette a trappole mentali spesso autoindotte. Come contenerle o smascherarle attraverso i Serious game. Come le conoscenze sulla plasticità del cervello screditano l’ipotesi del presunto calo di potenziale degli over ‘50. E ancora, come le pratiche di mindfulness possono aiutarci a riprendere contatto con una realtà sovraccarica di stimoli che distolgono l’attenzione consapevole da ciò che accade nel qui e ora. In questo senso, i protocolli Mindfulness Professional Training (MBR) di Jon Kabat-Zin si rivelano portentosi per il benessere personale e organizzativo, a condizione – avverte, Fabio Giommi, autore del saggio “Mindfulness e vita organizzativa” – che non vengano ridotti a pillole formative senza soluzione di continuità, dettate dalla moda, piuttosto che dal fine di “risvegliare la coscienza” dell’individuo. Come l’applicazione delle neuroscienze al marketing riescono ad indurre desideri di consumo e scelte di acquisto. Particolarmente interessante il saggio “Gestire le persone con fiducia” di Paul Zac (docente e fondatore di una nuova disciplina, la neuroeconomia, la cui opera purtroppo è ancora poco diffusa in Italia) svela come stimolare la molecola dell’ossicitina per rafforzare la fiducia e la cooperazione dei collaboratori. Zac polemizza contro la misurazione delle performance che non tengono conto della persona a tutto tondo. E sfata il detto, erroneamente attribuito a Druker “Ciò che non si misura non ha valore”. Gli spunti su cui riflettere sono tanti, talvolta spiazzanti, alcuni difficili da trasferire nella pratica, ma tutti interessanti e su cui vale la pena di pensare e ripensare a lungo.

L’accurata introduzione di Maria Emanuela Salati pone domande cruciali sull’impatto di questa nuova visione del management guidata dalla “rivoluzione cognitiva”: “Gli organigrammi hanno ancora senso a fronte dell’infinito network sociale che i nostri neuroni costruiscono quotidianamente? Siamo sufficientemente addestrati alla consapevolezza dei messaggi emotivi che inviamo o riceviamo inconsapevolmente? Se impariamo anzitutto attraverso il corpo (con il “cervello motorio”), come bisognerà modificare le aule di formazione (nonché gli ambienti di lavoro ndr.) per favorire l’apprendimento? Quanto siamo responsabili e quanto condizionati dalla genetica nel nostro agire? Alcune di queste domande trovano risposta nel libro, altre restano aperte. Ma Maria Emanuela Salati è fiduciosa verso questo nuovo paradigma, che potrebbe condurci ad una svolta: “Siamo di fronte ad una rivoluzione epocale – annuncia – che potrà far evolvere dal riduzionismo basato sulla catena comando e controllo a quella più sofisticata della relazione, del riconoscimento, dell’attribuzione di senso, della gestione dell’incertezza e dell’ambiguità come situazioni  connaturate alla nostra natura. Le neuroscienze stanno dimostrando come, molti fattori che per decenni abbiamo considerato soft, variabili, quasi un optional, siano in realtà processi biologici hard. La conoscenza di questi processi sarà fondamentale nel prossimo futuro delle organizzazioni, e chi saprà mettere eticamente a frutto queste informazioni potrà creare migliori condizioni di lavoro e ottenere migliori risultati”. La sottolineatura non è secondaria. Infatti sapere come funziona la mente può essere un’arma a doppio taglio. Come ogni volta che è l’uso a fare la differenza. L’importanza dell’etica apre un nuovo capitolo allo studio delle neuroscienze, ancora da approfondire. E da non sottovalutare.

 

 

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