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Numero 1 si diventa

Numero 1 si diventa

Autore: K. Anders Ericsson e Robert Pool

Editore: Sperling & Kuper, 2016, pp. 320, € 18.00

Genere: saggio su talento e neuroscienze

Chiave di lettura: Un nuovo approccio alla genealogia e all’analisi del talento

Frase chiave: “Non ha più senso pensare che le persone nascano con una riserva prestabilta di potenziale; piuttosto il potenziale è un contenitore espandibile, plasmato dalle varie attività che svolgiamo nel corso della vita. Imparare non serve ad espandere il nostro potenziale, bensì a crearlo”.


 

Cosa consente ad alcune persone di realizzare performance straordinarie e superare ostacoli che altri giudicherebbero insormontabili? Cosa fa di un genio un genio? E che dire dei “talenti naturali” o delle persone resilienti, capaci di rialzarsi e rinascere dopo un trauma da cui altri resterebbero travolti? Scoprire come fanno a raggiungere questi risultati è uno dei misteri che ossessiona da sempre gli esseri umani, e su cui ormai esiste un’ampia letteratura. C’è chi ha studiato i geni come Michael Glab, con Pensare come Leonardo, o Robert Dils, uno dei fondatori della PNL, che con Strategie del genio ha tentato di scoprire il mindset che accomuna Aristotele, Sherlock Holmes, Walt Disney e Wolfgang Amadeus Mozart. E ancora, best seller come Fuoriclasse di Malcolm Gladwell o La trappola del talento di Geoff Colvin. La lista è lunga. Ma dopo tanti studi sulla fenomenologia dell’eccellenza finalmente oggi sappiamo cosa rende le persone altamente efficaci? Le scienze cognitive consentono di individuare i circuiti neuronali attivati dal cervello per ottenere alte prestazioni, ma su come apprendere le strategie di emulazione per divenire “campioni” nel proprio campo il dibattito è ancora aperto.

Uno degli studi più autorevoli e scientificamente fondati sul tema è Numero 1 si diventa, scritto da K. Anders Ericsson, professore di Psicologia alla Florida State University, insieme al giornalista scientifico Robert Pool. Non lasciatevi ingannare dalla copertina, non è uno dei tanti manuali di sviluppo personale in commercio. È un lavoro poderoso cui l’autore ha dedicato trent’anni di ricerche ed esperimenti, studiando gli individui che primeggiano nel loro settore: atleti, musicisti, scacchisti, medici, ecc., ha analizzato i meccanismi del loro lavoro e i metodi con cui lo svolgono. Li ha osservati, intervistati, messi alla prova studiandone la fisiologia, la neuroanatomia, e infine ha scoperto che “Tutti sviluppano le proprie abilità nello stesso modo, cioè attraverso un addestramento che induce il cervello (e in certi casi anche il corpo) a modificarsi per riuscire a svolgere attività prima impensabili. Talvolta il corredo genetico fa la differenza (chi è alto un metro e sessanta stenterà a diventare campione di pallacanestro) ma, qualunque ruolo la genetica possa aver svolto nei successi delle persone dotate di talento, il dono più grande ricevuto è lo stesso che tutti possediamo: l’adattabilità del cervello e del corpo umano. La differenza è che essi hanno saputo sfruttarla di più e meglio di altri”. A partire da questa ipotesi, Ericsson smonta diversi miti come quello sulla genesi del genio e del famoso “’orecchio assoluto” per la musica di Mozart. Studi recenti dimostrano che ciò che gli ha permesso di svilupparlo è il costante allenamento alla musica cui il padre Leopold lo ha sottoposto fin piccolo. Senza questa pratica rigorosa e continuativa probabilmente non avrebbe potenziato così tanto le sue abilità. Perciò “Il dono non è l’orecchio assoluto, a quanto è dato sapere, tutti ne siamo in possesso – spiega Ericsson – bensì la capacità di svilupparlo”. Non esistono abilità predefinite. Il cervello è adattabile, e l’addestramento può creare abilità che prima non c’erano, come ad esempio l’orecchio assoluto. “Le persone non nascono con una riserva di potenziale prestabilita, il potenziale è un contenitore espandibile, plasmato da varie attività che svolgiamo nel corso della vita. Ma attenzione, imparare non serve a realizzare il nostro potenziale, bensì a crearlo”, sostiene Ericsson. Che si tratti di giocare a scacchi a occhi bendati, memorizzare lunghe stringhe di numeri o sfidare il primato di un atleta, qual è il processo di apprendimento più adatto a sviluppare i muscoli dell’alta prestazione?

Quello ideato da Ericsson è la pratica intenzionale. Esso oltre a migliorare la prestazione, punta a rendere possibili cose che prima non lo erano. Come riuscirci? “Bisogna lasciare la propria zona di confort, senza però far percepire l’ostacolo come insormontabile. Basta alzare l’asticella ogni giorno un poco di più. Inoltre, darsi obiettivi specifici ed essere supervisionati da un coach che conosca le nostre abilità e accogliere il suo feedback, finché non si diventa abili ad auto-monitorarsi. Sin qui sembrerebbe tutto semplice. Il   difficile arriva quando si preparano le persone a mettere in moto due risorse che abbiamo tutti in dotazione, ma di cui non tutti sono consapevoli e, di conseguenza, pochi sfruttano appieno: la plasticità del cervello e le rappresentazioni mentali. Sull’argomento Ericsonn dedica pagine illuminanti soffermandosi sugli esperimenti che hanno messo in luce come una grande performance dipenda anche dalla modalità con cui è svolta e su come il cervello e il corpo assimilano informazioni per ottenerla. Nelle prestazioni eccellenti un ruolo importante lo gioca la didattica. Qui Ericsonn rivendica il primato della pratica sulla teoria, dunque del learning by doing sulla lezione tradizionale. Ciò non significa che la teoria non serva, ma per conseguire alte prestazioni, i processi di ragionamento e le rappresentazioni mentali attivati durante l’esecuzione di un compito sembrano essere più importanti. L’autore smonta altri miti sull’alta prestazione, come quello delle “diecimila ore di allenamento per diventare esperti” annunciato da Malcom Gladwell in Fuoriclasse, e da alcuni preso sin troppo alla lettera. “Galdwell però ha centrato un punto importante: per eccellere in un campo è necessario un enorme sforzo e allenamento costante”. La chiave rimane comunque sapersi allenare col metodo giusto. La pratica intenzionale, sembra essere uno di questi. Il libro, anche se in certi punti eccede in pagine rispetto ai contenuti, incuriosisce e avvince. E la conclusione fa liberare un sospiro di sollievo: “L’unica risposta ad un mondo in cui il rapido progresso della tecnologia trasforma il modo in cui lavoriamo, giochiamo, viviamo, è creare una società di persone consapevoli di poter controllare il proprio sviluppo e capaci di farlo”. Che sia questa la chiave per superare i robot?