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LE RADICI DELLA GIUSTIZIA (SAN PAOLO) – IL CONGEDO ORIGINALE (ROIEDIZIONI)

LE RADICI DELLA GIUSTIZIA (SAN PAOLO) – IL CONGEDO ORIGINALE (ROIEDIZIONI)

DUE LIBRI APPARENTEMENTE LONTANI, ASSOLUTAMENTE VICINI

Cosa hanno in comune Il congedo originale, scritto da due manager HR di una multinazionale con Le radici della giustizia, di un padre gesuita che ha lavorato per anni nelle carceri a fianco ai detenuti? Più di quanto si possa immaginare. A leggere fra le righe si potrebbero persino cogliere i semi di un dialogo fra gli autori su temi quali: la cura della persona, il rispetto della dignità umana, il diritto ad una nuova vita.

Sonia Malaspina e Marialaura Agosta, lo trattano alla luce del concedo di maternità che va accolto come una risorsa per l’individuo, per la famiglia, per la comunità, per l’azienda stessa, perché la maternità è un Master che alimenta nuove competenze e nuove sensibilità, utili anche all’azienda. E, se ben gestito, umanizza l’ambiente di lavoro. Per Francesco Occhetta è la riconciliazione fra la vittima, il reo e la comunità che non diminuisce la pena da scontare, ma umanizza la sua espiazione. Dare la possibilità a chi sbaglia di comprendere il proprio errore è il risveglio della coscienza, l’inizio di ogni incontro con il dolore delle vittime e l’occasione di una possibile riparazione.

Due libri illuminanti sul valore dell’essere umano che, se violato, può trasformare l’ambiente di lavoro in un carcere e il carcere in un’esperienza disumanizzante che alimenta il male e la violenza.

 

Recensione di Raul Alvarez

r.alvarez@inalto.it

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LE RADICI DELLA GIUSTIZIA (San Paolo)

Autore:  Francesco Occhetta

Editore: San Paolo 2023, € 18.00

Genere: saggio sulla giustizia e su una nuova visione dell’espiazione della pena

 

Il libro tratta un tema forte, difficile, controverso, di quelli che scuotono la coscienza e liberano il lettore dai luoghi comuni, invitandolo a guardare il reo e il reato nell’ottica della Giustizia Riparativa, quella che, come scrive Occhetta, “Sostituisce la spada con l’ago e il filo, perché la giustizia riparativa rammenda le relazioni spezzate, sia quelle personali che sociali. Altrimenti rimaniamo nello schema della pena esemplare che fomenta parte della politica in ogni parte del mondo”.

A fronte di crimini efferati cui oggi assistiamo (femminicidio in primis) è un cambio di prospettiva non facile da accogliere. Ma il libro di Occhetta ha il raro dono di riuscire a sollevare dubbi e a scuotere la coscienza con domande ineludibili. L’arresto e la detenzione sono davvero sufficienti a sanare una società? È possibile recuperare un detenuto? Ha senso lasciare in carcere giovani prostitute africane vittime della tratta o persone senza dimora per aver rubato il necessario per sopravvivere? Le ingiustizie subite possono essere sanate interiormente?

Padre Occhetta, gesuita, segretario generale della Fondazione Fratelli tutti, docente alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, un background accademico invidiabile e una solida esperienza nel mondo carcerario, San Vittore (Milano), Bucaramanga (Colombia), Arica (Cile). È lì che, a contatto con la sofferenza dei detenuti, ha maturato la sua visione della Giustizia raccontandola in questo libro-testimonianza che arriva al cuore di chiunque, credenti o laici.

Inizia esplorando il concetto di Giustizia nelle varie fasi della storia. Dalle Sacre Scritture, quando il re Salomone chiese a Dio “Concedi al tuo servo un cuore docile perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e distinguere il bene dal male”; alla visione greco-romana, quella del “dare a ciascuno il suo” fondata su un ordine immutabile, fino a Voltaire  (e oltre) che scrive ai regnanti: “Non fatemi vedere i vostri palazzi, ma le vostre carceri, poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una nazione”. La giustizia, dunque, come banco di prova di una civiltà.

Il testo si addentra poi nella contrapposizione fra Giustizia Retributiva (il modello classico) e Giustizia Riparativa. Il primo, garante dei principi di certezza della pena, fondato sulla legalità e sui codici che portano il giudice a chiedersi:  Quale legge è stata infranta? Chi l’ha infranta? Quale punizione dare?  Qui il vissuto della persona non ha cittadinanza, rimane un soggetto astratto, i giudici sono chiamati a valutare solo i fatti. “Eppure i vissuti sono strettamente connessi ai fatti – precisa Occhetta – sono tanto reali quanto l’azione compiuta”. Il modello della giustizia Riparativa, nato negli anni Settanta del secolo scorso ad opera di Howard Zehr, “Pone al centro dell’ordinamento il dolore della vittima, la pena che deve espiare l’autore del reato, l’incontro delle parti per ricostruire le ragioni dell’accaduto, la responsabilità della società di dare un futuro a chi improvvisamente se lo è visto negato”. È una visione che coinvolge la vittima, il reo e la comunità nella ricerca di una soluzione che promuova la riconciliazione e il senso di sicurezza collettivo. La riparazione nell’applicazione della pena accompagna il processo di auto-consapevolezza del reo sostenendolo nella speranza di potersi sentire “persona”, riconciliata con il dolore procurato alla vittima e, ad qui, iniziare una nuova vita.

Secondo Occhetta coltivare la cultura della Riparazione può fondare un nuovo modello politico di società. Lo dimostrato alcuni carceri esemplari come quello di Timar Nuova Delhi (India), esportato in più parti del mondo, dove la riforma attuata dalla direttrice Kiran Bedisi, fonda la sua idea di carcere correzionale ponendo al centro la meditazione profonda come modello rieducativo per conoscersi interiormente e comprendere il male compiuto. Ma anche un grande lavoro sulla motivazione delle guardie carcerarie, invitate ad interrogarsi sulle cause sistemiche che hanno condotto le persone a condurre il reato. Che influenza hanno avuto i famigliari, gli amici? La polizia stessa, aveva indizi per prevenire il crimine? Domande che hanno portato lo staff  penitenziario ad una considerazione olistica e integrale della riabilitazione. Ma anche il caso delle Apac (Associazione di protezione e Assistenza ai Condannati) in Brasile, “carceri alternative gestite da detenuti chiamati recuperandi”. E come questi casi tanti altri casi che dimostrano l’efficacia di un modello riparativo.

Un libro ricco di riflessioni profonde su questioni etiche e sociali emergenti, di storie edificanti, di interrogativi che aiutano a vedere la realtà del carcere e il ruolo della Giustizia con altri occhi, a porre lo sguardo su un dramma cui tendiamo a voltare le spalle con fastidio o indifferenza. La chiave della riparazione è nel rendere il reo consapevole del male compiuto e la vittima, capace di andare oltre il proprio dolore, di ricucire la relazione con la vittima per aprire un varco alla speranza di chi ha sbagliato. Tutto questo non è utopia, ma una possibilità. Grazie padre Occhetta di avercelo ricordato.

 

IL CONGEDO ORIGINALE

Autore:  Sonia Malaspina e MariaLaura Agosta

Editore: ROIEDIZIONI 2023, pp.165 € 21.00

Genere: saggio su come trasformare le organizzazioni con il potere della cura

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Il libro si apre con una frase di Papa Francesco che prepara il lettore ad entrare con lo spirito giusto su un tema di grande attualità. “Penso anche, con tristezza, alle donne che sul lavoro vengono scoraggiate dall’avere figlio o devono nasconder la pancia. Com’è possibile che una donna debba provare vergogna per il dono più bello che la vita può offrire? Non la donna, ma la società deve vergognarsi, perché una società che non accoglie la vita smette di vivere” (Stati Generali della Natalità, 14 maggio, 2021).

“Quando ho scoperto che stavo aspettando mia figlia” scrive Sonia Malaspina, una delle co-autrici del libro Direttrice Risorse Umane Italia e Grecia in Danone e parte del CDA di Danone Italia, “è stato come tracciare una linea di demarcazione: da una parte vivevo la gioia infinita di diventare mamma, dall’altra combattevo con l’ansia di capire quanto sarebbe costata in termini di carriera la mia maternità sul posto di lavoro. Non volevo essere messa da parte o tagliata fuori dal ruolo che avevo conquistao con tanti sacrifici. Tutto attorno a me diceva che avevo fatto la mia scelta, e ne avrei pagato le conseguenze”. La sua paura è stata quella di tante donne che all’annuncio del lieto evento rischiano di sentirsi dire dal proprio capo: “Ha voluto un figlio? E allora che faccia la mamma!”. Quando la domanda da porsi sarebbe: “Quanto valore può portare la genitorialità in azienda?”. Moltissimo. Dopotutto la genitorialità è un Master, se lo si dà il permesso di viverlo serenamente, e può attivare nel genitore competenze utili anche all’azienda (senso di responsabilità, ascolto ed empatia, controllo emotivo, resilienza) perché  la genitorialità è il banco di prova dell’ignoto dove s’impara strada facendo, e dove tutte le abilità, anche quelle che non sapevamo di possedere, vengono messe alla prova. Ed è proprio ciò che occorre ai lavoratori per gestire i cambiamenti che incalzano. Ma non tutti la pensano così.

Malaspina si è battuta con tutte le sue forze, sostenuta in questa mission da donne energiche e volitive incontrate lungo il suo cammino, come Marialaura Agosta, HR, Internal Communication & Inclusive Diversity Manager, co-autrice del libro, e tante altre. Infine ha assunto incarichi sempre più prestigiosi che le hanno consentito di coinvolgere l’azienda nella sua policiy in 10 punti per un lavoro attento alla cura e al benessere delle persone e a trasferirle anche ad altre sedi di Danone nel mondo. “Regole semplici, e al tempo stesso rivoluzionarie, perché cambiano radicalmente il luogo di lavoro, lo umanizzano”.

Nella seconda parte il libro illustra i 4 pilastri per diffondere una solida ed efficace “cultura della cura” in azienda: 1) alleviare il carico di chi ricopre  il ruolo di cura fuori dal lavoro (figli piccoli, genitori anziani o disabili ecc.) o chi e costretto a lavorare da casa rischiando smarrimento e perdita d’identità professionale, mostrando vicinanza e sostegno concreto. “Più che di regolamenti e politiche si tratta di una semplice questione di sensibilità, di mettersi in ascolto dei collaboratori, specie dopo i rientro da un congedo”. È il pilastro psico-affettivo. C’è poi il pilastro del coraggio per cambiare una cultura aziendale disattenta a questi temi. “Se il coraggio e la vicinanza è ciò che serve per creare una vera cultura della cura, la determinazione nel perseguire la propria mission è l’elemento imprescindibile per passare dai propositi ai fatti”. Questo è il pilastro organizzativo. Infine, il pilastro economico, che dà concretezza e fattibilità ai migliori propositi. Se non c’è investimento non c’è crescita. Il lavoro del futuro – sostengono le autrici – diversamente da quanto sostiene l’Unione Europea, esiste già: è mettere al centro della strategia azienda benessere e cura delle persone, non fosse altro perché “abbiamo tutti bisogno di cura, come la pandemia ci ha dimostrato perché siamo interdipendenti e vulnerabili”.

Il congedo originale, allude forse al “peccato originale” di tante aziende ancora insensibili ai bisogni di persone svantaggiate che portano su di sé molti pesi, di persone trattate come “pezzi intercambiabili” e considerano la maternità un peso che grava sull’azienda. Un libro appassionato e appassionante, privo di retorica, ricco di storie illuminanti che aiutano a riflettere su cosa significa essere umani sul lavoro. Arricchito da altre voci femminili, portatrici di esperienze con le quali confrontarsi, riflettere, discutere, dialogare.

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